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Intervista al ministro Gelmini
La Stampa

"Ragazzi, andate via presto da casa e avrete successo"
Il ministro Gelmini, i bamboccioni e Brunetta


di Raffaello Masci

Mariastella Gelmini

La Cassazione nei giorni scorsi ha imposto al padre perplesso di una figlia 32enne, di continuare a mantenerla in quanto «studentessa fuori corso» da oltre otto anni. La cosa ha fatto rumore e ha perfino suscitato una polemica nel governo, tra il ministro Brunetta che ha parlato di una legge per la sollecita emancipazione dei figli dopo i 18 anni e il suo collega Calderoli che ha ritenuto l’istanza un eccesso di zelo e un’invasione nelle scelte autonome delle famiglie.


Lei, ministro Gelmini, titolare dell’Istruzione, cosa pensa di questo fenomeno e delle opinioni dei suoi colleghi?

«Il mio impegno è quello di rendere l’università italiana più moderna e capace di laureare gli studenti nei tempi giusti, affinché possano accedere al mercato del lavoro e competere con gli altri colleghi europei. In questo quadro credo che una emancipazione tempestiva dalla famiglia sia un bene».


La Banca d’Italia ha rilevato, in suo studio, che le classi con troppi immigrati fanno scadere la qualità dell’insegnamento e spingono, di fatto, le famiglie più abbienti ad iscrivere i figli alle private. Ha qualcosa da replicare?

«Quanto dice la Banca d’Italia lo sapevamo già: la presenza di bambini non italiani può rallentare la didattica. Per questo abbiamo posto un tetto del 30% di immigrati per classe. Non c’entra il razzismo, ovviamente, ma non c’entra nemmeno la politica. E’ una scelta meramente didattica che rende l’insegnamento migliore per tutti, italiani e non».


Il presidente di Italia Futura, Luca di Montezemolo, prima di presentare la ricerca della sua Fondazione sulla scuola elementare, l’ha illustrata a lei. Quella ricerca picchia duro sulla scuola italiana.

«Ho trovato molto interessante il lavoro di Italia Futura. Quello che ho detto all’avvocato Montezemolo è che sui temi sollevati dalla ricerca la nostra scuola non è all’anno zero. Stiamo lavorando. Ribadisco: non stiamo pensando e basta. Stiamo agendo. Ma la scuola è una struttura complessa in cui si procede concordando le scelte con molti soggetti tecnici ma anche politici, quindi, a volte, i risultati arrivano lentamente. Ma arrivano».


La sostituzione dei programmi scolastici con le più generiche indicazioni nazionali, sempre secondo Italia Futura, avrebbe determinato la rinuncia ad uno standard di conoscenze uniforme sul tutto il territorio. Che ne pensa?

«I programmi davano una scaletta di contenuti dalla quale non si poteva derogare. Le indicazioni fissano invece degli obiettivi dando facoltà agli insegnanti di ottenerli come meglio credono. Ma gli obiettivi non sono meno stringenti dei programmi: per ogni classe vengono fissate delle competenze che i ragazzi devono raggiungere. E’ così in tutta Europa. Poi è vero che molti arrivano in terza media con forti lacune, ma il sistema di valutazione che stiamo allestendo consentirà di vedere, nel dettaglio, chi fa bene e chi invece deve correggere il tiro».


Altra critica: da dieci anni nella scuola elementare non c’è più un concorso. Ad entrare sono solo i precari in coda nelle graduatorie. Quanto sono preparati e selezionati?

«E’ vero. Il reclutamento è un problema, ma lo è anche il precariato che non può non essere considerato. Entro l’anno prossimo le graduatorie saranno esaurite e il nuovo reclutamento avverrà attraverso i percorsi universitari a numero chiuso. Su questo tema, comunque, sta per uscire un regolamento ministeriale».


L’autonomia è diventata anarchia, lamenta ancora Italia Futura. Che bilancio fa di questa esperienza ormai decennale?
«L’autonomia ha permesso di allargare l’offerta formativa dando risposte molto importanti alle esigenze del territorio, specie nell’istruzione tecnica e professionale».


Ma sono stati messi insieme anche più di 900 indirizzi di studi: una follia per chi debba scegliere la scuola per i figli.

«Indubbiamente. E questo è stato il limite dell’autonomia. In certe scuole ci sono fino a 60 progetti e progettini in atto. Senza dire delle sperimentazioni infinite e mai concluse. Basti pensare - per esempio - che è attiva ancora una sperimentazione del piano nazionale per l’informatica che risale all’85, ai tempi di Franca Falcucci. Un progetto di 25 anni, in campo informatico, vuol dire un pezzo di antiquariato».


E allora?
«Per questo ho varato un riordino degli indirizzi didattici che mette fine a questo progettificio a getto continuo. Tuttavia l’autonomia è, in sé, una esperienza positiva. Con molti o alcuni eccessi. Ma appena il sistema di valutazione sarà a regime si capirà cosa funziona e cosa no. La scuola si sta dando un sistema di autoregolamentazione molto rigoroso e mi auguro efficace>>.




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